Fingi finché non riesci nel fitness funziona e ora vi spiego perché.
Leggi fino alla fine per scoprire le inattese e nobili origini di questa paradossale e controversa affermazione.
Si tratta anche di una storia di lotta contro una serie di inerzie esistenziali personali, difficili da ammettere per chi vi scrive che, di solito, tende a scomparire ed occultarsi dietro quello che scrive.
Essendomi formato nel culto della “impersonalità attiva” ho fatto di questo tratto marginale della mia personalità un asset comunicativo fondamentale.
Ma oggi, per puro funzionalismo aristotelico, la abbandono e mi racconto.
Antefatto
L’estate 2020, la prima del bienno della psicopandemia, si apre per me con un grave infortunio in montagna intorno al quale ho una pila di appunti sparsi che attendono da anni una mano caritatevole che dia loro dignità di diffusione.
Uscito dalla emergenza, una volta salvata la gamba offesa, ho tergiversato per quasi 5 anni prima di iniziare a ricostruire il condizionamento muscolare del mio restituito arto.
Beninteso mi sono sempre allenato, ad iniziare dal giorno successivo alle dimissioni. Lo facevo tanto per novecentesco fanatismo quanto per necessità annonarie.
Mancava però, alla fine del minimale ciclo di fisioterapia su prescrizione medica, un percorso di compensazione della massa e della forza perduta.
Per farlo occorreva entrare in una palestra di fitness e, per me, date le ricadute professionali dei liberticidi provvedimenti dell’infausto biennio sanitario, era un passo di una pesantezza spossante.
Fight your ego
L’espressione non mi piace, è quanto meno fuori moda, ma come titolo redazionale al paragrafo suona bene.
Allenarsi in una palestra della quale non avevo le chiavi è stata all’inizio una singolar tenzone contro legioni di beffardi demoni.
Alle necessità oggettive del mio allenamento terapeutico anteponevo sempre la ridicola pretesa di essere il più forte della sala, almeno nei miei esercizi preferiti ( e tra questi quelli per le riabilitandi gambe erano assenti).
Caricavo in maniera dissennata il pacco pesi puntando solo a sollevarne tutti gli elementi facendo strame della puntigliosa scheda che a casa mi ero redatto.
Volevo fare più reps possibili da 100 chili alla leg extension!
E questo con un cheat da far cappottare dalle risate qualsiasi gymbro!
Mi biasimavo puntualmente, ma più ostinatamente insistevo per distendere le gambe contorcendomi come una anguilla della laguna di Comacchio.
Contare le ripetizioni, no! Rispettare i recuperi, nein! Stare composto nel gesto, niet!
L’unica sicurezza che acquisivo era grugnire sempre meno sommessamente al picco dello sforzo memore della apodittica sentenza di un mio amico: “Ognuno urla su quello che per lui è il massimale”.
Tutto questo per almeno 18 mesi con brevi pause per le feste e le vacanze comandate.
Fake diventa make
Poi giunge una forzata interruzione di quattro settimane.
Me tapino, mi procuro, sempre arrampicando, una dolorosa bruciatura, causa repentino scorrimento della corda sulla pelle, al cavo popliteo, quello che tutti conoscono come il dietro del ginocchio.
Impossibile stare sulla leg extension.
Ma, colpo di scena, alla prima sessione, quella di rientro, chiudo 3 serie da 4 colpi ovviamente a 100 chili con sofferta compostezza.
Ripeto, le faccio in assetto rigido, statico sugli stabilizzatori, muto per lo stupore più che per lo scrupolo a non ruggire.
Come è stato possibile?
Ne darò una mia soggettiva interpretazione nella seconda parte.
Cooming soon!


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